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Sac. Vittorio Dante Forno - Nato a Porto Alegre (Brasile) il 02 giugno 1916 - Morto a Reggio Calabria 15 dicembre 1975

 

Testimonianze

Uomo per gli altri col coraggio della fede (1)

Don Giulio Bianchini 

Salesiano

     Con Don Forno ebbi a trascorrere insieme qualche mese in un momento difficile della sua vita; potei poi rivederlo per alcuni giorni qui a Reggio, consunto nel corpo ma con l'anima ancor più sensibile che in passato. Sulla scia dunque, di questi pochi ricordi personali vorrei, non dico ricostruire, ma tentare il suo profilo morale, senza però poter entrare nel segreto del suo cuore, perché non è facile cogliere la sua statura come non è facile vedere il profilo dei monti abitandovi troppo sotto.

     Volontà - Don Forno possedeva una non comune forza di volontà e una tenacia che lo sostennero nelle oscurità interiori, nelle varie difficoltà, nella ricerca del campo di lavoro apostolico. In un momento particolare della sua vita si rivelò la forza di volontà: egli aveva ricevuto da Dio l'ispirazione, diciamo pure il carisma, di una nuova fondazione, e avrebbe voluto realizzarla senza staccarsi dalla Congregazione Salesiana. Ma le sue intenzioni non furono sufficientemente valutate e forse neppure comprese con esattezza. Ed allora si vide costretto, senza amarezze e contro il proprio volere, a spezzare i vincoli giuridici con la Società Salesiana, per poter seguire l'impulso venutogli dall'alto ed attuare la vagheggiata fondazione. Ma nel cuore e nell'azione resterà sempre salesiano, ne conserverà mai rancore per nessuno. Questo era un passato che non amava troppo ricordare - è vero - e quando ne parlammo qui a Reggio, egli mi apparve completamente distaccato dagli avvenimenti vedendo in essi la misteriosa trama divina; e forse per lui si è avverato quanto si legge nel testamento spirituale del Cardinale da Costa Nunes, spentosi a quasi 97 anni: "Quando guardo al mio passato, vedo tracciata una linea ben diversa da quella che io immaginavo ed è stata quella che ho dovuto percorrere". 

     La tenacia caratterizzò in modo vistoso il suo operare. Dante Forno non fu uomo da fermarsi a metà strada, anche se ricercava umilmente il consiglio di persone sagge, prudenti ed esperimentate. Le sue decisioni non sono mai state accettazione d'un programma elaborato da altri, bensì una scelta personale, sorretta dalla volontà divina e protesa alla realizzazione d'un ideale veramente caritativo.

     Umanità - Vi sono persone, il cui carattere presenta una specie d'inclinazione naturale a donarsi agli altri; si dice allora che sono ricche d'umanità. E questa una capacità tutta singolare di immergersi nel mondo interiore del prossimo, di partecipare ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti. In Don Forno le motivazioni religiose restarono fortissime, ma la sua ricchezza di umanità e il corredo di qualità umane furono determinanti. L'innata sensibilità e la bontà di cuore, affinate dalla sofferenza personale e dall'esperienza apostolica, conferirono alla sua personalità una tendenza particolare ad amare il prossimo, a vivere i problemi degli altri, a dedicarsi alla gioventù con quel- l'ansia apostolica, che aveva attinto alla scuola di San Giovanni Bosco.

     Per gli altri - Don Forno potrebbe essere qualificato con termine tecnico un estroverso. Il suo atteggiamento di fronte al mondo fu perfettamente intonato ai principi dottrinali che il Concilio ha fissato nella costituzione pastorale "Gaudium et Spes": non fuga dal mondo, ma apertura. Egli non fuggì dal giovani, dal parrocchiani, dalle anime che a lui ricorrevano: andò verso di loro, li guardò con rispettosa considerazione e vibrò emotivamente con essi. Il suo mondo interiore - come si può desumere da alcune preghiere da lui composte per uso personale fu indubbiamente ricco di profondo raccoglimento e di contenuti spirituali, dal quali l'energia necessaria per agire; ma questo mondo interiore non gli proibì di aprirsi alle necessità esterne degli altri; anzi possiamo qui re una caratteristica trasfusa nella sua fondazio-ne: aver l'animo contemplativo e dedicarsi ai bisogni del prossimo (2).

     Fare la verità - Don Forno, pur possedendo una solida cultura umana e religiosa, non fu una mente speculativa, la cui vita scorra, di preferenza, a livello cerebrale e teorico. Egli andò A concreto. Il sano equilibrio mentale lo tenne sempre lontano dagli estremismi, giacché sapeva discernere nelle cose e negli uomini il tanto -i bene o di male che contenevano o rappresentavano. Ne risultò un'armonica completezza --i doti che, unite ad una non comune resistenza alla fatica, gli consentirono di trascinare molti sulla sua stessa strada e di accomunare tutti allo stesso passo.

     Il coraggio del rischio - Il coraggio è la condizione indispensabile per il sorgere di istituzioni religiose o sociali, e non si verificano svolte decisive senza uomini coraggiosi che sappiano e vogliano rischiare qualcosa di proprio. Don Forno si trovò anche lui nella condizione di affrontare un rischio, e poiché non era un pavido, accentrò nell'esecuzione del suo programma ogni energia ed ogni sforzo, e abbandonò o trascurò tutto ciò che gli apparve secondario, per mirare unicamente all'essenziale.

     L'educatore - Ma dove egli dimostrò il meglio di se stesso fu nel campo dell'educazione giovanile, per la quale aveva consacrato tutta la vita. L'educatore è un animatore, un seminatore d'entusiasmo e d'ottimismo, di passione e di slancio vitale. Cresciuto e formatosi alla scuola salesiana, dove i primi suoi superiori avevano attinto da Don Bosco o dai suoi immediati successori le idee geniali del Santo, egli diventò un conoscitore di uomini e uno stimolatore di energie. Ebbe il dono di saper infondere ideali ed aspirazioni sante; seppe presentare il bene come hanno fatto tutti gli educatori santi - in una luce così avvincente da affascinare anime generose e ricettive. In questi uomini sembra di trovare una perenne giovinezza: gli anni e i disturbi di salute poterono fiaccare il corpo, ma non lo spirito che restò sempre trasparente, senza maschera, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. Fu perennemente giovane. Non conobbe rimpianti né sclerosi né pericolosi ritorni di fiamma, perché l'amore, nella sua più genuina accezione, lo pungolò verso una dedizione, un'abnegazione, che a lui appariva sempre insufficiente.

     Devo riconoscere che l'incontro con Don Forno, anche se breve e saltuario, ha lasciato in me una traccia: un Sollievo, un invito, il germe di un'idea, la grazia d'un conforto, una speranza nuova. L'averlo ritrovato dopo molti anni, in circostanze apparentemente fortuite, ma certamente volute o almeno permesse da Dio, è stata una sorpresa e una scoperta; sempre una grazia.

     Maturazione - Chi si apre agli altri finisce col non avere più animo né tempo per impietosirsi su se stesso. Così m'apparve Don Forno, quando gli raccomandai fraternamente di aver maggior cura della propria salute. E' già meraviglioso uscire fuori di sé per andare incontro al prossimo in un rapporto d'amicizia; ma è incomparabilmente più bello uscire da sa per porsi al servizio degli altri; ed offrire a chi è solo o troppo fragile la sicurezza d'una presenza (3)

     Vocazione - Don Forno partì dalla visione della vita come vocazione. La Bibbia è piena di chiamate, di gesti di Dio che d'improvviso si fissano su un uomo. "La vocazione - dice Paolo Vi invano coperta dal suo silenzioso riserbo, dalla sua voluta umiltà, si accende allo sguardo di tutti, come un episodio singolarissimo di libertà, di coraggio, di consapevolezza, di generosità, di spiritualità, e possiamo pur dire di fortezza e di bellezza" (Paolo VI, alle Superiore Maggiori d'Italia, 12 gennaio 1967). La vocazione non è qualcosa che si ha, ma qualcosa che si è; più che come cosa posseduta, si definisce come il dinamismo interiore di una persona. 

Carattere contemplativo della sua spiritualità - La spiritualità di Don Forno esprime anche un certo carattere contemplativo. "La contemplazione - ha scritto recentemente il Cardinale Pironio ci fa scoprire il piano di Dio, il passaggio del Signore nella storia, l'attività incessantemente ricreatrice dello Spirito. Un vero contemplativo ci fa comprendere tre cose: che l'unica cosa che importa è Dio, che Gesù vive tra gli uomini e compie da pellegrino il cammino con noi verso il Padre, e che l'eternità è incominciata e marciamo con Cristo verso la consumazione del Regno" (4). (Oss. Rom., 29 - 30 nov. 1976).

     Don Forno si pose in ascolto umile e docile della parola di Dio e lì Dio si comunicò a lui, sempre nel chiaroscuro della fede, facendogli balenare ciò che chiedeva da lui. In questo contesto il contemplativo acquista una grande capacità per ricreare continua- mente la Parola di Dio nello Spirito facendola prodigiosamente attuale. 

     Non si notava in Don Forno un grande cambiamento nel passare dal lavoro alla ricreazione, alla preghiera, ai pasti..., perché qualcosa nella sua anima rimaneva inalterato pur nel variare delle occupazioni: la sua unione con Dio. Così possiamo spiegarci il suo raccoglimento, la viva devozione eucaristica, la sensibilità d'animo, la propensione a leggere nella tra- ma degli avvenimenti il gesto di Dio. Perciò spesso ripeteva sorridendo la nota espressione, che Dio scrive diritto sulle nostre righe storte.

     Il fondatore - Ma soprattutto non si può trascurare l'opera che aveva fondato con tanta speranza e per la quale ha anche sofferto nell'intimo del cuore (5). Quando i Fiorentini vollero onorare Cesare Poggi, che aveva donato loro il meraviglioso Viale dei Colli, murarono al Piazzale Michelangelo la significativa epigrafe: "Volgetevi attorno: ecco il suo monumento!". Posso ripetere anch'io le medesime parole: volgetevi attorno e osservate queste figliuole che l'hanno seguito nella consacrazione a Dio con gioia di spirito e con fiduciosa speranza: ecco il suo momento! L'opera che egli ha lasciato fu ideata a Messina nel 1952, sorse in umiltà e povertà a Catania nel 1955 e fu trasferita qui a Reggio nel 1959, accolta con magnanimità di cuore dal venerato Pasto- re dell'Arcidiocesi.

     Le Figlie di Maria Santissima Corredentrice hanno lo scopo di "... formare delle persone che, in obbedienza docile alla volontà del Padre, in unione a Gesù Sacerdote, secondo l'esempio della Vergine Corredentrice, offrano la propria vita a Dio perché la missione ministeriale del Sacerdote produca la piena disponibilità all'accoglienza della grazia nel cuore degli uomini" (Costituzioni, art. 1).

     Don Forno era rimasto colpito dalle parole esortative di Pio XII alle religiose di clausura il 2 agosto 1958: "Lungi dal rinchiudervi grettamente in voi stesse tra i muri del monastero, la vostra unione con Dio vi allarga intelletto e cuore secondo le dimensioni del mondo e l'opera redentrice di Cristo, che si perpetua nella Chiesa".

     Era allora necessario, per raggiungere questo fine, che l'opera potesse avere una struttura religiosa piuttosto elastica e agile, ed ecco perciò le Figlie di Maria Corredentrice mettersi in stato di offerta e di dedizione totale e assoluta alla volontà di Dio (cfr. Costituzioni, art. 4), partecipando all'Eucaristia, alla liturgia delle ore e all'adorazione eucaristica, ma nello stesso tempo dedicandosi all'apostolato attivo con asili, scuole, collegi e altre opere a favore della gioventù.

     Don Forno è scomparso andando incontro al suo Dio, che aveva invocato nella preghiera, che aveva visto nei poveri e nel bisognosi, che aveva amato ardentemente quaggiù. Di lui sono rimasti, a nostro conforto, gli esempi di vita sacerdotale, gli insegnamenti elargiti con tanta profusione; è rimasta soprattutto la sua opera, la pupilla degli occhi suoi (6).

  • (1) Commemorazione tenuta a Reggio Calabria il 15 dicembre 1976, nel l' anniversario della morte.

  • (2) Ha lasciato scritto: "Con Gesù che benedice e santifica sarà bello dare, dare sempre, senza limiti e senza rimpianti perché si sazi di amore Lui che chiede solo amore" (12.1X.1955). 

  • (3) "Tutto di Gesù e tutto di Maria, per essere tutto dei Sacerdoti e della Chiesa": ecco un suo proposito scritto

  • (4) Ma soprattutto ripeteva: "Non voglio nulla che non sia conforme alle esigenze dell'Amore redentore" (28.V.1969).

  • (5) "Le opere di Gesù si pagano col sangue" (13.1V.1953); d'altronde, questo era il suo desiderio: "Io sento il bisogno bruciante del Crocifisso, libero da ogni presunzione. Mi urge possederlo presto. ormai ho capito che solo la sofferenza potrà fermarlo possedere" (1 5.1V. 195 7).

  • (6) E ricordate a vostro conforto, le parole di Don Forno: "Vorrei vedervi serene, abbandonate (in Dio), Piene di fede, di quella fede che crede perché non capisce, di quella speranza che spera oltre ogni speranza; di quella carità che arriva fino all'assurdo della fiducia, fino al paradosso della follia" (16.1V.1957)

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D. Dante Forno

Profeta - Sacerdote - Martire

Mons. Aurelio Sorrentino,

Arcivescovo di Reggio Calabria

 

     Se amassi i luoghi comuni potrei definire il sac. Dante Forno un profeta scomodo. Preferisco invece definirlo, semplicemente, un sacerdote dal cuore grande, dotato di forte personalità, di alto senso della giustizia, di straordinario amore alla Chiesa.

     Certo, D. Forno fu anche profeta e, come tutti i profeti, anche lui non fu sempre compreso; come tutti i profeti, avvertì precocemente i tempi nuovi e i problemi emergenti; come tutti i profeti, fu posto come sentinella alla casa di Israele; come tutti i profeti, riceve dal tempo postumi riconoscimenti ed elogi.

     Ma D. Forno è stato soprattutto sacerdote, che ha saputo trovare e battere nuove vie, che ha saputo impostare nuovi metodi di pastorale. Tenace nel perseguire la sua missione, era instancabile, come S. Paolo, proteso in avanti: «Proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil. 3,13).

     Questa è l'immagine, che, pur senza averlo conosciuto di persona, mi son fatto di lui attraverso la lettura di alcuni documenti che trattano di lui, attraverso l'ascolto di testimonianze di persone che l'hanno conosciuto, soprattutto attraverso la vita delle Figlie di Maria Corredentrice, la Congregazione Religiosa da lui fondata, che incarna fedelmente il suo spirito e vive della sua memoria.

     A lui si possono riferire le parole del Vaticano II:

     «Al presbiteri, anche se non tenuti a servire tutti, sono affidati in modo speciale i poveri e i più deboli, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito... Nell'edificare la comunità cristiana i presbiteri non si mettono mai al servizio di una ideologia o umana fazione, bensì, come araldi del Vangelo e pastori della Chiesa, si dedicano all'incremento spirituale del corpo di Cristo» (Presbiterorum Ordinis, n. 6).

     Il suo ministero a favore dei poveri non ha nulla di paternalistico, né  l'amore verso di essi lo portò mai, neppure in momenti gravi, a compro- messi o a favoritismi verso chicchessia. Buona parte del suo ministero si svolse negli anni turbinosi dell'immediato dopoguerra, quando scarseggiavano viveri e lavoro e bambini macilenti erano esposti al vizio e alla fame. D. Forno si gettò con tutto il suo entusiasmo nella cura dei piccoli, dimostrando anche in questa attività una particolare dote di organizzatore.     

     E anche in questo ministero metteva in pratica quanto fra poco avrebbe detto il Vaticano II: «Affinché l'esercizio della carità possa essere al di sopra di ogni sospetto si consideri nel prossimo l'immagine di Dio, secondo cui è stato creato, e Cristo Signore, al quale è veramente donato quanto si (là al bisognoso; si abbia riguardo, con estrema delicatezza, alla libertà e dignità della persona che riceve l'aiuto; la purezza d'intenzione non sia mai macchiata a ricerca alcuna della propria utilità o da desiderio di dominio; siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia perché non si offra come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non solo gli effetti, ma anche le cause dei mali; l'aiuto sia regolato in mo- do tale che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dal- la dipendenza altrui e divengano autosufficienti» (Apostolicam Actuositatem, n. 8).

     Fu soprattutto in questa opera di carità, svolta con preveggente intuito, con assoluta chiarezza di impostazione e con totale impegno, che D. Forno ebbe a soffrire dolorose incomprensioni. Era lo scotto da pagare, o meglio la via crucis che doveva percorrere.

     Nonostante tutto D. Forno, non si piegò mai ne permise che, cosa potesse essere destinata a fini diversi da quelli che riguardavano i ragazzi, destinatari degli aiuti concessi. Piuttosto che agire contro coscienza, preferiva lasciare il campo e dedicarsi, ad altre iniziative, passando in altri luoghi.

     Non credo sia necessario scendere a particolari. Gli scritti, che qui vengono pubblicati, a chi sa leggerli in filigrana, dicono molto di  più di quanto può apparire a una affrettata e superficiale lettura.

     Non mi soffermo neppure sulla sua preparazione teologica e culturale, sul suo carisma salesiano, interpretato e vissuto in maniera del tutto personale, ma con tanta intensità da richiamare sulla sua scia altre anime, che il suo continuano e rivivono in fedele servizio alla chiesa di DIO.

     Profeta e sacerdote, ma anche martire, non solo classico di testimonianza, ma anche nel senso di offerta sacrificale. «Martirio, scrisse lui stesso in un momento particolarmente doloroso della sua vita, Marti- rio: è rifiutare ogni ideale che manchi di infinito, ogni opera che non si inserisce nell'opera di Dio; è camminare senza distendersi mai, rifiutare ogni conforto umano; non dire mai basta, finché non lo dice Lui; camminare nella strada che non finisce mai».

     Una strada che si chiuse alla clinica Morelli di Reggio Calabria, dopo ripetuti infarti, dopo la recita del Rosario, alle ore 23,45 del 15 dicembre 1975.

     Le ultime parole ci danno la chiave di lettura di tutta la sua vita: «Si, sono nella gioia. Vale la pena vivere un'intera vita per arrivare a questo istante che illumina tutta l'esistenza». Aveva 59 anni. 

Reggio Calabria, 15 dicembre 1985,

   decimo anniversario della morte 

 

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