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La Causa di Beatificazione e di Canonizzazione

Storia
Natura della Beatificazione e della Canonizzazione
• Infallibilità Papale e Canonizzazione
• L’attuale procedura nelle cause di Beatificazione e Canonizzazione
   - La beatificazione dei Confessori
   - La beatificazione dei Martiri
   - La Canonizzazione di Confessori o di Martiri
• Costituzione Apostolica Divinus Perfectionis Magister circa la nuova legislazione per le Cause dei Santi
(Giovanni Paolo II - 25 gennaio 1983)
• Norme da osservarsi nelle Inchieste Diocesane nelle Cause dei Santi
(della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi - 7 febbraio 1983)

STORIA


     Secondo alcuni scrittori l'origine della beatificazione e della canonizza-zione nella Chiesa Cattolica si deve far risalire all'antica e pagana apoteosi, cioè la deificazione, l'esaltazione di uomini al rango di dei, la consacrazio-ne a divinità di eroi o capi, come premio per il loro coraggio o per altri grandi meriti, un fenomeno strettamente legato al culto universale dei morti nella storia di tutti i popoli primitivi. Nella sua classica opera sull'ar-gomento (De Servorum Dei Beatificatione et Beatorum Canonizatione) Papa Benedetto XIV (1675-1758) esamina e rifiuta subito dall'inizio questa visione. Egli mostra così bene le differenze sostanziali tra di esse, che nessuna persona che ragioni rettamente può da allora confondere le due istituzioni o far derivare una dall'altra. Materia riservata agli storici è determinare coloro che furono elavati all'onore dell'apoteosi, su che basi, e con l'autorità di chi; non meno chiaro è il significato che a ciò veniva attribuito. Spesso il decreto era emanato in base all'affermazione di una singola persona (probabilmente corrotta con denaro o solleticata con pro-messe, e con l'intento di fissare l'inganno in modo più sicuro nelle menti di un popolo già superstizioso) che mentre il corpo della nuova divinità era bruciato, un aquila, se si trattava di imperatori, o un pavone (l'uccello sa-cro a Giunone), se si trattava delle loro consorti, era stata vista portare in cielo lo spirito del defunto (Livio, Historia Romae, I, xvi; Erodiano, Historia Romae, IV, ii, iii). L'apoteosi era riservata alla gran parte dei membri della famiglia imperiale, di cui era esclusivo privilegio. Nessuna importanza veniva data alle virtù o a rimarchevoli successi. Si faceva spesso ricorso a tale forma di deificazione per distrarre l'odio popolare dalla crudeltà degli imperatori. Si dice che Romolo fu deificato dai senatori che lo avevano uc-ciso; Poppea ottenne la propria apoteosi dal suo amante imperiale, Nero-ne, dopo che egli l'aveva uccisa a forza di calci; Geta ricevette tale onore da suo fratello Caracalla, che lo aveva eliminato per gelosia.

     La Canonizzazione nella Chiesa Cattolica è tutta un'altra realtà. La Chiesa Cattolica canonizza o beatifica coloro le cui vite sono state segnate dall'esercizio di virtù eroiche, e soltanto dopo che ciò è stato provato dalla diffusa reputazione di santità e con argomenti decisivi. La differenza capi-tale, comunque, risiede nel significato del termine canonizzazione, in quanto la Chiesa vede nei santi nulla più che degli amici e servi di Dio, le cui sante vite li hanno resi degni del Suo speciale amore. Essa non preten-de di farne degli dei (cf. Eusebio Emiseno, Serm. de S. Rom. M.; Agostino, De Civitate Dei, XXII, x; Cirillo Alessandrino, Contra Jul., lib. VI; Cipriano, De Exhortat. martyr.; Conc. Nic., II, act. 3).

     Le vere origini della canonizzazione e della beatificazione devono es-sere ricercate nella dottrina cattolica del culto (cultus), invocazione, e inter-cessione dei santi. Come insegna Sant'Agostino (Quaest. in Heptateuch., lib. II, n. 94; Contra Faustum, lib. XX, xxi), i Cattolici, mentre danno a Dio solo l'adorazione strettamente detta, onorano i santi per i divini doni soprannaturali che hanno fatto loro meritare la vita eterna, e attraverso i quali regnano con Dio nella patria celeste come Suoi figli prediletti e servi fedeli. In altre parole, i Cattolici onorano Dio nei suoi santi come amore-vole distributore di doni soprannaturali. Il culto di latria (latreia), o stretta adorazione, è dato a Dio solo; il culto di dulia (douleia), o onore e umile riverenza, è riservato ai santi; il culto di iperdulia (hyperdouleia), una più alta forma di dulia, appartiene, tenuto conto della sua maggiore eminen-za, alla Beata Vergine Maria. La Chiesa (Aug., Contra Faustum, XX, xxi, 21; cf. De Civit. Dei, XXII, x) erige i suoi altari a Dio solo, sebbene in onore e memoria dei santi e dei martiri. Vi è un fondamento biblico per tale culto nei passi in cui si è invitati a venerare gli angeli (Es, xxiii, 20 ss; Gs, v, 13 ss; Dan, viii, 15 ss; x, 4 ss; Lc, ii, 9 ss; At, xii, 7 ss; Ap, v, 11 ss; vii, 1 ss; Mt, xviii, 10; ecc.), dai quali i santi non sono dissimili, in quando partecipi dell'amicizia di Dio. E se San Paolo supplica i fratelli (Rom., xv, 30; II Cor., i, 11; Col., iv, 3; Ephes., vi, 18, 19) ad aiutarlo con le loro preghiere per lui a Dio, si deve a maggior ragione ritenere che si può essere aiutati dalle preghiere dei santi, e implorare la loro intercessione con umiltà. Se si possono supplicare coloro che vivono ancora sulla terra, perché non coloro che vivono in cielo?

     Si obietta che l'invocazione dei santi si oppone all'unica mediazione di Gesù Cristo. C'è invero "un solo mediatore tra Dio e l'uomo, l'uomo Cristo Gesù". Ma Egli è nostro mediatore nella Sua qualità di nostro comune Redentore; Egli non è il solo nostro intercessore o avvocato, o il nostro solo mediatore per mezzo della supplica. Nell'undicesima sessione del Concilio di Calcedonia (451) si trova che i Padri esclamano: "Flaviano vive dopo la morte! Possa il Martire pregare per noi!". Se si accetta questa dottrina del culto dei santi, di cui ci sono innumerevoli prove negli scritti dei Padri e nelle liturgie delle Chiese Orientali ed Occidentali, non ci si dovrà meravigliare dell'amorevole cura con cui la Chiesa si impegnò a scrivere delle sofferenze dei primi martiri, a inviare questi resoconti da un'assemblea di fedeli all'altra, e a promuovere la venerazione dei martiri.

     Basti un solo esempio. Nella lettera enciclica della Chiesa di Smirne (Eus., Hist. Eccl., IV, xxiii) si trova menzione della celebrazione liturgica del giorno in cui San Policarpo patì il martirio (23 Febbraio 155); e le parole del passo esprimono esattamente il fine principale che la Chiesa persegue nella celebrazione di tali anniversari:

     Alla fine abbiamo raccolto le sue ossa, che sono per noi più preziose di gemme inestimabili e più pure dell'oro, e le abbiamo messe a riposare dove era adatto che dovessero giacere. E se ci sarà possibile riunirci ancora, possa Dio concederci di celebrare la ricorrenza del suo martirio con gioia, in modo da fare memoria di coloro che hanno lottato nel glorioso combattimento, e in modo da istruire e rafforzare con il suo esempio, coloro che verranno dopo di noi.

     Tale celebrazione dell'anniversario e venerazione dei martiri era un servizio di ringraziamento e di felicitazione, un segno e una prova della gioa di coloro che a ciò si impegnavano (Muratori, De Paradiso, x), e la sua generale diffusione spiega perché Tertulliano, sebbene asserisca con i Chiliasti che il giusto morto otterrà gloria eterna soltanto dopo la generale resurrezione della carne, ammette un'eccezione per i martiri (De Resurrec-tione Carnis, xliii.

     Deve essere evidente, tuttavia, che mentre la certezza morale privata della loro santità e possesso della gloria celeste può bastare per la venerazione privata del santi, non può bastare per gli atti pubblici e comuni di questo tipo. Nessun membro di un corpo sociale può, indipen-dentemente dalla sua autorità, effettuare un atto proprio di quel corpo. Segue naturalmente che per la venerazione pubblica dei santi è stata costantemente richiesta l'autorità ecclesiastica dei pastori e dei capi della Chiesa. La Chiesa, in effetti, ha avuto a cuore l'onore dei martiri, ma essa non ha perciò indiscriminatamente concesso onori liturgici a tutti coloro che sono morti per la Fede. San Optato di Mileve, che scrisse alla fine del quarto secolo, narra (De Schism, Donat., I, xvi, in P.l., in XI, in 916-917) di una certa nobildonna, Lucilla, che fu ripresa da Ceciliano, Arcidiacono di Cartagine, per aver baciato prima della Santa Comunione le ossa di un tale che o non era martire o il cui diritto a tale titolo non era provato.

     La decisione riguardo all'esser morto il martire per la sua fede in Cristo, e la conseguente concessione del culto, originariamente spettava al vescovo del luogo in cui egli aveva sostenuto la sua testimonianza. Il vescovo indagava sul motivo della sua morte e, se scopriva che era morto da martire, inviava il suo nome con un resoconto del suo martirio alle altre chiese, specialmente quelle vicine, in modo che, nel caso di approvazione da parte dei loro rispettivi vescovi, il culto del martire potesse estendersi anche alle loro chiese, e in modo che il fedele, come si legge di Sant'Ignazio negli "Atti" del suo martirio (Ruinart, acta Sincera Martyrum, 19), "possa stare in comunione con il generoso martire di Cristo (generoso Christi martyri communicarent)". I martiri la cui causa, si potrebbe dire, era stata discussa, e la fama del loro martirio era stata confermata, erano riconosciuti come martiri approvati (vindicati). Per quanto concerne il termine esso probabilmente non è antecedente al quarto secolo, quando venne introdotto nella Chiesa a Cartagine; ma il fatto è certamente più antico. Nei primi tempi, quindi, questo culto dei santi era del tutto locale e passò da una chiesa all'altra con il permesso dei loro vescovi. Ciò risulta evidente dal fatto che in nessuno degli antichi cimiteri cristiani si sono ritrovate delle pitture di martiri tranne di quelli che avevano sofferto in quelle vicinanze. Ciò spiega anche la quasi universale venerazione tributata molto rapidamente ad alcuni martiri, per esempio, San Lorenzo, San Cipriano di Cartagine, Papa San Sisto di Roma [Duchesne, Origines du culte chrétien (Parigi, 1903), 284].

     Il culto dei confessori - di quelli, cioè, che sono morti pacificamente dopo una vita di virtù eroica - non è tanto antico quanto quello del martiri. Il termine stesso riceve un significato differente dopo i primi tempi cristia-ni. All'inizio era concesso a coloro che avevano confessato Cristo durante degli interrogatori alla presenza di nemici della Fede (Baronius, nelle sue note a Ro. Mart., 1 Gennaio, D), o, come Papa Benedetto XIV spiega (op, cit., II, c. ii, n. 6), a coloro che erano morti pacificamente dopo aver confessato la Fede davanti ai tiranni o ad altri nemici della religione Cri-stiana, ed avevano subito torture o avevano sofferto altre punizioni di qualsiasi natura. In seguito, i confessori furono coloro che aveva vissuto una vita santa e la avevano terminata con una morte santa nella pace Cristiana. È in questo senso che ora si parla del culto tributato ai confessori.

     Fu nel quarto secolo, come è ritenuto comunemente, che ai confessori furono per la prima volta dati onori ecclesiali pubblici, sebbene fosseroso occasionalmente elogiati in termini ardenti dai primi Padri, e sebbene da San Cipriano è dichiarato che un'abbondante ricompensa (multiplex coro-na) spetta loro (De Zelo et Livore, col. 509; cf. Innoc. III, De Myst. Miss., III, x; Benedetto XIV, op. cit., I, v, n. 3 ss; Bellarmino, De Missa, II, xx, n. 5). Ancora Bellarmino si dice incerto sul momento in cui i confessori hanno cominciato ad essere oggetto del culto, e asserice che non sia avvenuto prima dell'800, quando le feste dei Santi Martino e Remigio si trovano nel catalogo delle feste elaborate dal Concilio di Mainz. Questa opinione di Innocenzo III e Benedetto XIV è confermata dall'approvazione implicita di San Gregorio Magno (Dial., I, xiv, and III, xv) e da fatti ben attestati; in Oriente, per esempio, Ilario (Sozomen, III, xiv, e VIII, xix), Ephrem (Greg. Nyss., Orat. in laud. S. Ephrem), e altri confessori erano onorati pubblica-mente nel quarto secolo; e, in Occidente, San Martino di Tours, come è raccolto chiaramente nei più antichi Breviari e nel Messale Mozarabico (Bona, Rer. Lit., II, xii, no. 3), e Sant'Ilario di Poitiers, come può essere mostrato dal Messale assai antico conosciuto come "Missale Francorum", erano oggetto di un tale culto nello stesso secolo (Martigny, Dictionnaire des antiquités chrétiennes, s.v. Confesseurs).

     Il motivo di questa venerazione risiede, senza dubbio, nella rassomi-glianza delle vite piene di rinunce ed eroicamente virtuose dei confessori alle sofferenze dei martiri; tali vite hanno potuto davvero essere chiamate martíri prolungati. Naturalmente, quindi, tale onore fu dapprima riservato agli asceti (Duchesne, op. cit., 284) e soltanto in seguito a coloro che le cui vite rassimigliavano all'esistenza davvero penitenziale e straordinaria degli asceti. Ciò è talmente vero che i confessori stessi sono spesso chia-mati martiri. San Gregorio Nazianzeno chiama martire San Basilio (Orat. de laud., P.L., XXXVI, 602); San Giovanni Crisostomo applica lo stesso titolo a Eustachio di Antiochia (Opp. II, 606); San Paolino di Nola scrive di San Felice di Nola che ha guadagnato gli onori celesti, sine sanguine martyr ("martire senza sangue" - Poem., XIV, Carm. III, v, 4); San Gregorio Ma-gno designa Zeno di Verona come martire (Dial. III. xix), e Metronio dà a San Roterio lo stesso titolo (Acta SS., II, 11 Maggio, 306). Più tardi, i nomi dei confessori furono inseriti nei dittici, e fu loro riservato il dovuto rispet-to. Le loro tombe erano onorate (Martigny, loc. cit.) con lo stesso titolo (martyria) di quelle del martiri. Restò vero, tuttavia, in ogni periodo che non era lecito venerare dei confessori senza il permesso dell'autorità ecclesiastica, così come lo era stato per venerare dei martiri (Benedetto XIV, loc. cit., vi).

     Si è visto che per molti secoli i vescovi, in alcuni luoghi soltanto i primati ed i patriarchi (August., Brevic. Collat. cum Donatistis, III, xiii, n. 25 in P.L., XLIII, 628), potevano concedere ai martiri e ai confessori l'onore ecclesiale pubblico; tale onore, tuttavia, fu sempre soltanto decretato per il territorio locale sul quale il concedente aveva giurisdizione. Eppure, era soltanto l'accettazione del culto da parte del Vescovo di Roma che lo rendeva universale, poiché lui soltanto poteva dare permessi o comandi nella Chiesa Universale [Gonzalez Tellez, Comm. Perpet. in singulos textus libr. Decr. (III, xlv), in cap. i, De reliquiis et vener. Sanct.]. Tuttavia, ci furo-no abusi in questa forma di disciplina, dovuti tanto alle sconsideratezze del fervore popolare quanto alla mancanza di cura di alcuni vescovi nell'in-dagare sulle vite di colore che consentivano di essere onorati come santi. Verso la fine dell'undicesimo secolo i papi ritennero necessario limitare l'autorità episcopale su questo punto, e decretarono che le virtù e i mira-coli di persone proposte per la venerazione pubblica avrebbero dovuto es-sere esaminati durante i concili, più particolarmente durante i concili gene-rali. Papa Urbano II, Papa Calisto II e Papa Eugenio III seguirono questa linea di condotta. Accadde, perfino dopo questi decreti, che "alcuni, se-guendo il modo dei pagani e ingannati dall'inganno del maligno, hanno venerato come santo un uomo che era stato ucciso mentre era ubriaco". Papa Alessandro III (1159-81) colse l'occasione per proibire la sua vene-razione con queste parole: "Per il futuro non si presuma di tributargli reverenza, poiché, perfino se dei miracoli fossero operati per suo tramite, ciò non permetterebbe di reverirlo come santo a meno che non vi sia l'autorizzazione della Chiesa Romana" (c. i, tit. cit., X. III, xlv). I teologi non concordano per quanto concerne l'assoluta importanza di questo decreto. O venne promulgata una nuova legge (Bellarmino, De Eccles. Triumph., I, viii), nel qual caso il papa poi per la prima volta si riservò il diritto di beatificazione, o venne confermata una legge preesistente. Poichè il decreto non pose fine a tutta la controversia, ed alcuni vescovi non gli obbedirono per quanto concerneva la beatificazione (diritto che essi certamente avevano posseduto fino ad allora), Urbano VII pubblicò, nel 1634, una Bolla che mise fine a tutta la discussione riservando esclusi-vamente alla Santa Sede non soltanto il suo antico diritto di canonizzazio-ne, ma anche quello di beatificazione.
 

NATURA DELLA BEATIFICAZIONE E DELLA CANONIZZAZIONE


     Prima di trattare dell'attuale procedura delle cause di beatificazione e di canonizzazione, è opportuno definire questi stessi termini precisamente e brevemente alla luce delle precedenti considerazioni.

     La canonizzazione, generalmente parlando, è un decreto che riguarda la venerazione ecclesiale pubblica di un individuo. Tale venerazione comunque può essere permissiva o precettiva, universale o locale. Se il decreto contiene una prescrizione, ed è universale nel senso che lega l'intera Chiesa, si tratta di un decreto di canonizzazione; se invece per-mette soltanto tale culto, o se lega sotto prescrizione ma non riguardo a tutta la Chiesa, si tratta di un decreto di beatificazione.

     Nell'antica disciplina della Chiesa, probabilmente addirittura sino al tempo di Papa Alessandro III (†1181), in molte diocesi i vescovi potevano concedere che una pubblica venerazione fosse tributata a dei santi, e tali decreti episcopali non erano soltanto permissivi, ma, ci sembra, precettivi. Tali decreti, comunque, non potevano prescrivere l'onore universale; l'ef-fetto di un atto episcopale di tale tipo era equivalente alla nostra moderna beatificazione: In tali casi non c'era, propriamente parlando, nessuna canonizzazione, tranne che con il consenso del Papa che estendeva il culto in questione, implicitamente o esplicitamente, e che lo imponeva con una prescrizione a tutta la chiesa. Nella più recente disciplina la beatificazione è un permesso a venerare, concesso dal Romano Pontefice con restrizione a certi luoghi e a certe pratiche liturgiche. Così alla persona nota come Beato (cioè Beatificato) non è lecito tributare pubblica reverenza al di fuori del luogo per il quale il permesso è concesso, o recitare un ufficio in suo onore, o celebrare la Messa con preghiere che si riferiscono a lui, tranne che non si sia concesso uno speciale indulto; ugualmente, altre forme di onore sono state interdette. La canonizzazione è una prescrizione del Ro-mano Pontefice che ordina che la venerazione pubblica sia tributata a un individuo nella Chiesa Universale. Riassumendo, la beatificazione, nella presente disciplina, differisce dalla canonizzazione in questo: che la prima implica (1) un permesso a venerare ristretto localmente, non universale, che è (2) un mero permesso, e non un precetto; mentre la canonizzazione implica un precetto universale.

     In casi eccezionali uno elemento o l'altro di tale distinzione può man-care; così Papa Alessandro III non soltanto permise ma ordinò il culto pubblico del Beato Guglielmo di Malavalle nella Diocesi di Grosseto, è la sua decisione fu confermata da Papa Innocenzo III (1160-1216); Papa Leone X (1475-1521) agì allo stesso modo riguardo al Beato Osanna per la città e il distretto di Mantova; così anche Papa Clemente IX (1600-1669) riguardo alla Beata Rosa da Lima, quando la scelse quale patrona principale di Lima e del Perù; e Clemente X (1590-1676), proclamandola patrona di tutta l'America, le filippine e le Indie. Clemente X scelse anche il Beato Stanislao Kostka come patrono della polonia, della Lituania e del-le province alleate. Ancora, riguardo all'universalità, Sisto IV (1414-1484) permise il culto del Beato Giovanni Boni nella Chiesa Universale. In tutti questi esempi ci fu soltanto una beatificazione. Il culto della Beata Santa Rosa da Lima, è vero, era generale ed obbligatorio per l'America, ma, mancando la completa obbligatoria universalità, non era strettamente par-lando una canonizzazione (Benedetto XIV, op. sit., I, xxxix).

     La canonizzazione, perciò, crea un culto che è universale ed obbligato-rio. Ma nell'imporre quest'obbligo il Papa può usare, ed in effetti usa, uno di questi due metodi, ognuno dei quali costituisce una nuova specie di canonizzazione, cioè la canonizzazione formale e la canonizzazione equi-valente. La canonizzazione formale si ha quando il culto è prescritto con una decisione esplicita e definitiva, dopo un adeguato processo giudiziale e le cerimonie usuali in tali casi. La canonizzazione equivalente si ha quando il Papa, omettendo il processo giudiziale e le cerimonie, proclama qualcuno servo di Dio per essere venerato nella Chiesa Universale; questo accade quando un tale santo è stato dai tempi antichi oggetto di venera-zione, quando le sue virtù eroiche (o martirio) e i suoi miracoli sono ripor-tati da storici affidabili, e la fama della sua miracolosa intercessione è ininterrotta. Molti esempi di tale canonizzazione si trovano in Benedetto XIV; per esempio, i Santi Romualdo, Norberto, Bruno, Pietro Nolasco, Rai-mondo Nonnato, Giovanni di Matha, Felice di Valois, la Regina Margaret di Scozia, il Re Stefano d'Ungheria, Venceslao Duca di Boemia, e Papa Gre-gorio VII. Tali esempi offrono una buona prova della prudenza con cui la Chiesa Romana procede in queste canonizzazioni equivalenti. San Romualdo non fu canonizzato che 439 anni dopo la sua morte, e tale onore pervenne a lui molto prima che a tutti gli altri sopra menzionati. Si può aggiungere che la canonizzazione equivalente consiste usualmente nel prescrivere da parte del Papa un Ufficio e una Messa in onore del san-to, e che il solo comparire nell'elenco del Martirologio Romano non implica in alcun modo questo onore (Benedetto XIV, l, c., xliii, n. 14).

 

INFALLIBILITÀ PAPALE E CANONIZZAZIONE


     Nell'emettere un decreto di canonizzazione il Papa è infallibile? La maggior parte dei teologi risponde affermativamente. È l'opinione di Sant'Antonino, Melchior Cano, Suarez, Bellarmino, Bañez, Vasquez, e, fra i canonisti, Gonzales Tellez, Fagnanus, Schmalzgrüber, Barbosa, Reiffen-stül, Covarruvias (Variar. resol., I, x, n. 13), Albitius (De Inconstantiâ in fide, xi, n. 205), Petra (Comm. in Const. Apost., I, nelle note a Const. I, Alex., III, n. 17 ss), Giovanni di S. Tommaso (su II-II, Q. I, disp. 9, a. 2), Silve-stro (Summa, s. v. Canonizatio), Del Bene (De Officio Inquisit. II, dub. 253), e molti altri. In Quodlib. IX, a. 16, S. Tommaso says: "Poichè l'onore che tributiamo ai santi è in un certo senso una professione di fede, ossia cre-dere nella gloria dei santi [quâ sanctorum gloriam credimus] dobbiamo devo-tamente credere che in tale materia anche il giudizio della Chiesa non è soggetto ad errore". Queste parole di S. Tommaso, come è evidente dalle autorità appena citate, che favoriscono tutte una infallibilità positiva, sono state interpretate dalla sua scuola in favore della infallibilità papale nella questione della canonizzazione, e questa interpretazione è sostenuta da molti altri passi ancora in Quodlibet. Questa infallibilità comunque, secondo i santi dottori, è solo un punto di pia credenza. I teologi generalmente so-no d'accordo per quanto concerne la infallibilità papale nella questione della canonizzazione, ma non lo sono sulla qualità della certezza dovuta al decreto papale in tale materia. Secondo l'opinione di alcuni è questione di fede (Arriaga, De fide, disp. 9, p. 5, n. 27); altri sostengono che rifiutare l'assenso a un tale giudizio della Santa Sede sarebbe sia empio che temerario, come Suarez (De fide, disp. 5 p. 8, n. 8); molti altri (e questa è l'opinione generale) sostengono che un tale pronunciamento deve essere teologicamente certo, non essendo di Fede Divina poiché il suo contenuto non è stato immediatamente rivelato, né di Fede ecclesiale non essendo stato finora definito dalla Chiesa.

     Qual è l'oggetto del giudizio infallibile del Papa? Egli definisce che la persona canonizzata è in cielo o soltanto che egli ha praticato le virtù cristiane in grado eroico? Mai, ci sembra, tale questione è stata discussa; ma a nostro avviso non è definito altro che quella persona canonizzata è in cielo. La formula usata nell'atto di canonizzazione non contiene nulla più di ciò:

     "In onore di . . . decretiamo e definiamo che il Beato N. è un Santo, e inscriviamo il suo nome nell'elenco dei santi, e ordiniamo che la sua memoria sia devotamente e piamente celebrata ogni anno il . . . giorno di . . . la sua festa".

(Ad honorem . . . beatum N. Sanctum esse decernimus et definimus ac san-ctorum catalogo adscribimus statuentes ab ecclesiâ universali illius memoriam quolibet anno, die ejus natali . . . piâ devotione recoli debere.)

     Non si fa accenno alla virtù eroica in questa formula; d'altra parte, la santità non implica necessariamente l'esercizio della virtù eroica, poiché una persona che fino ad ora non ha praticato la virtù eroica potrebbe, per mezzo di un atto eroico transitorio in cui offre la sua vita per Cristo, aver giustamente meritato di essere considerato santo. Questa opinione sem-bra del tutto la più certa se si riflette sul fatto che tutti gli argomenti dei teologi riguardo alla infallibilità papale nella canonizzazione dei santi sono basati sul fatto che in tali occazioni i Papi credono ed affermano che la decisione che essi rendono pubblica è infallibile (Pesch, Prael. Dogm., I, 552). Questo accordo generale dei teologi sulla infallibilità papale nella canonizzazione non deve essere esteso alla beatificazione, non essendo sostenibile l'insegnamento contrario del commentario canonico noto come "Glossa" [in cap. un. de reliquiis et venerat. SS. (III, 22) in 6; Innocent., Comm. in quinque Decretalium libros, tit. de reliquiis, etc., n. 4; Ostiensis in eumd. tit. n. 10; Felini, cap. lii, De testibus, etc., X (II, 20); Caietani, tract. De indulgentiis adversus Lutherum ad Julium Mediceum; Augustini de Ancona, seu Triumphi, De potestate eccl., Q. xiv, a. 4). I canonisti e i teologi in genere negano il carattere di infallibilità ai decreti di beatificazione, sia formale che equivalente, poiché esso è sempre un permesso mai un comando; se da un lato conduce alla canonizzazione, non è l'ultima tap-pa. Inoltre, nella maggior parte dei casi, il culto permesso dalla beatifica-zione, è ristretto a determinate regioni, città, o corpi religiosi (Benedetto XIV, op. cit., I, xlii). Alcuni, comunque, hanno avuto un'opinione differente (Arriaga, Theol., V, disp. 7, p. 6; Amicus, Theol., IV, disp. 7, p.4, n. 98; Turrianus su II-II, V, disp. 17, n. 6; Del Bene, De S. Inquisit. II, dub. 254).

 

L’ATTUALE PROCEDURA NELLE CAUSE DI
BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE


     In primo luogo si deve distinguere fra le cause di martiri da quelle di confessori o di vergini, poiché il metodo seguito non è del tutto identico in entrambi i casi

La beatificazione dei Confessori

     Per assicurare la beatificazione (la fase più importante e difficile del processo di canonizzazione) la procedura regolare è la seguente:

     1.- Scelta di un Vice-Postulatore da parte del Postulatore Generale del-la causa, per promuovere tutte le inchieste giudiziali nexessarie in luoghi al di fuori di Roma. Tali inchieste sono istituite dalla locale autorità episco-pale.
     2.- La preparazione delle inchieste (processus), che sono tutte effettua-te dalla ordinaria autorità episcopale. Esse sono di tre tipi: (a) Inchieste informative riguardo alla reputazione di santità e ai miracoli dei servi di Dio, non soltanto in modo generale, ma anche in casi particolari; ci posso-no essere molte inchieste del genere, se i testimoni da esaminare appar-tengono a diverse diocesi. (b) Processi de non cultu sono istituiti per provare che i decreti di Papa Urbano VIII (1568-1644) riguardanti la proi-bizione di culto pubblico dei servi di Dio prima della loro beatificazione siano stati rispettati; essi sono generalmente condotti dal vescovo del luogo in cui le reliquie del servo di Dio sono conservate.(c) Altre inchieste sono note come Processiculi diligentiarum ed hanno per loro oggetto gli scritti attribuiti alla persoma la cui beatificazione è in questione; esse variano in numero a seconda delle diocesi in cui tali scritti sono ritrovati, o si pensa probabile siano ritrovati, e non possono essere giudizialmente eseguiti prima che una "Istruzione" sia ottenuta dal Promotore della Fede da parte del Postulatore Generale e da lui inviata al vescovo in questione.
     3.- I risultati di tutte queste inchieste sono inviate a Roma, alla Con-gregazione del Culto, attraverso un messaggero (portitor) scelto dai giudi-ci, o attraverso qualche altro canale sicuro, nel caso in cui un rescritto della Congregazione dispensi dall'obbligo di mandare un messaggero.
     4.- Esse sono aperte, tradotte se necessario in italiano, ne è fatta una copia pubblica, e un Cardinale è nominato dal Papa come relatore o ponens della causa, e per tutte queste fasi devono essere ottenuti dei rescritti della Congregazione, confermati dal Papa
     5.- Gli scritti del servo di Dio sono in seguito esaminati da teologi nominati dallo stesso Cardinale relatore, autorizzato a ciò da uno speciale rescritto. Nel frattempo, l'avvocato ed il Procuratore della causa, scelti dal Postulatore Generale, hanno preparato tutti i documenti che riguardano l'introduzione della causa (positio super introductione causae). Questi consi-stono di (a) un sommario del processo informativo, (b) una informativa, (c) risposte alle osservazioni o alle difficoltà del Promotore della Fede, mandate da lui al Postulatore.
     6.- Questa raccolta di documenti (positio)viene stampata e distribuita ai Cardinali della Congregazione del Culto quaranta giorni prima della data assegnata per la loro discussione.
     7.- Se nulla di contrario alla fede e alla morale è trovato negli scritti del servo di Dio, viene pubblicato un decreto, che autorizza azioni ulteriori (quod in causâ procedi possit ad ulteriora), ossia la discussione della questio-ne (dubium) sulla costituzione o meno di una commissione per l'introduzio-ne della causa.
     8.- Al momento fissato dalla Congregazione del Culto si tiene una riu-nione ordinaria in cui questa costituzione è dibattuta dai Cardinali della suddetta Congregazione e dai suoi officiali, ma senza il voto o la parteci-pazione dei consultori, sebbene questo privilegio è sempre concesso loro da una prescrizione.
     9.- In questa riunione i Cardinali favoriscono la costituzione della sud-detta commisisone, viene promulgato un decreto in tal senso, ed il Papa lo firma, ma, secondo la consuetudine, con il suo nome di battesimo, non con quello da Pontefice. Da quel momento al servo di Dio è dato giudizial-mente il titolo di Venerabile
     10.- Quindi viene presentata una richiesta di lettere remissorie per i vescovi in partibus (fuori Roma), che li autorizzi a stabilire per Apostolica autorità l'inchiesta (processus) sulla fama di santità e sui miracoli in gene-rale. Questo permesso è concesso da un rescritto. e tali lettere remissorie sono preparate ed inviate ai vescovi dal Postulatore Generale. Nel caso in cui i itestimoni oculari siano di età avanzata, altre lettere remissorie sono di solito concesse allo scopo di aprire un processo noto come "incoativo", che riguarda le particolari virtù dei miracoli della persona in questione. Ciò è fatto in modo che non si possano perdere le prove (ne pereant proba-tiones), e tale processo incoativo precede quello sui miracoli e le virtù in generale.
     11.- Mentre il processo Apostolico è in corso fuori Roma, sono prepa-rati i documenti dal Procuratore della Causa per la discussione de non cultu, o sull'assenza di culto, e al momento fissato si tiene una riunione ordina-ria (congregatio), in cui l aquestione è indagata; se si trova che il decreto di Urbano VIII è stato rispettato, un altro decreto stabilisce che si possono fare i passi ulteriori.
     12.- Quando l'inchiesta riguardante la reputazione di santità (super famâ) è giunta a Roma, essa viene aperta (come già descritto parlando del processo ordinario, e con le stesse formalità riguardanti i rescritti), quindi tradotta in italiano, sintetizzata, e dichiarata valida. I documenti super famâ in generale sono preparati dall'avvocato, e al momento oppor-tuno, in una riunione ordinaria dei Cardinali della Congregazione del Culto, la questione viene dibattuta: se vi è prova di una generale fama di santità e di miracoli del servo di Dio. se la risposta è favorevole, viene pubblicato un decreto che incorpora questo risultato.
     13.- Nuove lettere remissorie sono poi inviate ai vescovi in partibus per i processi Apostolici riguardanti la fama sulla santità e i miracoli in partico-lare. Questi processi devono terminare entro otto mesi e quando sono ricevuti a Rome sono aperti, come descritto sopra, e per mezzo di un egual numero di rescritti, da parte del Cardinal Prefetto, tradotti in italia-no, e la loro sintesi autenticata dal Cancelliere della Congregazione del Culto.
     14.- L'avvocato della causa in seguito prepara i documenti (positio) che fanno riferimento alla discussione sulla validità di tutti i precedenti proces-si, informativi ed Apostolici.
     15.- Questa discussione è tenuta nella riunione detta congregatio rotalis dal fatto che sono soltanto dei giudici della Rota a votare. Se alle difficoltà del Promotore della Fede si dà soddisfacente risposta, viene pubblicato il decreto che stabilisce la validità delle inchieste o dei processi.
     16.- Nel frattempo viene espletata tutta la necessaria preparazione per la discussione della questione (dubium): Vi è prova che il venerabile servo di Dio ha praticato le virtù sia teologiche che cardinali, e in un grado eroico? (An constet de virtutibus Ven. servi Dei, tam theologicis quam cardina-libus, in heroico gradu?). Nella causa dei Confessori tale fase è di primaria importanza. La questione viene discussa in tre riunioni o congregazioni dette rispettivamente, antepreparatoria, preparatoria, e generale. La pri-ma di queste riunioni è tenuta nel palazzo del Cardinal relator (relatore) della causa, e in essa sono presenti soltanto i consultori della Congrega-zione del Culto Divino, ed il suo presidente, o Prefetto, che presiede; la terza si tine in Vaticano, e vi presiede il Papa, e votano sia i Cardinali che i consultori. Per ognuna di queste congregazioni l'avvocato della causa pre-para e stampa rapporti ufficiali (positiones), dette rispettivamente rappor-to, nuovo rapporto, rapporto finale, riguardanti le virtù, etc., - positio, positio nova, positio novissima, super virtutibus. Ad ogni modo, prima di pro-cedere alla seguente riunione, la maggioranza dei consultori deve decide-re che le difficoltà del Promotore della Fede sono state risolte in modo soddisfacente.
     17.- Quando la Congregazione del Culto nella suddescritta riunione generale ha deciso in modo favorevole, viene richiesto al Papa di firmare il solenne decreto che afferma che vi è prova delle eroiche virtù del servo di Dio. Questo decreto non è pubblicato finchè il Papa, dopo aver raccoman-dato la questione a Dio nella preghiera, non dà il consenso finale e non conferma con la sua suprema espressione la decisione della Congrega-zione.
     18.- Si devono ora provare i miracoli, dei quali due di prima classe sono richiesti nel caso in cui sia stat provata la pratica delle virtù in grado eroico, sia nelle inchieste ordinarie che Apostoliche onei processi con i testimoni oculari - tre, se i testimoni oculari sono stati reperiti soltanto nei processi ordinari; quattro, se le virtù sono state provate soltanto con testi-moni non diretti dei fatti (de auditu). Se i miracoli sono stati provati in modo sufficiente nei processi Apostolici (super virtutibus) già dichiarati validi, si preparano contemporaneamente i documenti che riguardano i miracoli (super miraculis). Se nei processi Apostolici si è fatta soltanto menzione generale dei miracoli, devono essere aperti dei nuovi processi Apostolici, e condotti nel modo già descritto per provare la pratica delle virtù in grado eroico.
     19.- La discussione sui miracoli particolari procede esattamente nello stesso modo e nello stesso ordine di quella sulle virtù. Se le decisioni sono favorevoli, la riunione generale della Congregazione è seguita da un decreto, confermato dal Papa, in cui si annuncia che vi è la prova dei miracoli. Si deve notare qui che nella positio per la Congregazione ante-preparatoria sono richieste, e sono stampate, le opinioni di due medici, uno dei quali è stato scelto dal Postulatore, l'altro dalla Congregazione del Culto. Dei tre rapporti (positiones) sopra menzionati, e che anche ora sono richiesti, il primo è preparato nel solito modo; il secondo consiste in una esposizione delle virtù eroiche del servo di Dio, in una informativa, e in una risposta alle successive osservazioni del Promotore della Fede; l'ultima consiste soltanto in una risposta alle sue osservazioni finali.
     20.- quando i miracoli sono stati provati, si tiene un'altra riunione della Congregazione del Culto in cui viene dibattuta una volta, e soltanto una volta. se oppure no, concessa l'approvazioene sulle virtù e sui miracoli, è sicuro procedere con le solennità della beatificazione. Se la maggioranza dei consultori è favorevole, viene emesso dal Papa un decreto in tal senso, e al momento da lui fissato ha luogo la solenne beatificazione del servo di Dio nella Basilica Vaticana, ed in tale occasione viene emessa una Lettera del Pontefice che permette il culto pubblico e la venerazione della persona beatificata ora nota come Beato (Beatus).

La beatificazione dei Martiri

     1.- Le cause dei martiri sono condotte nello stesso modo di quelle dei confessori finché si tratta dei processi informativi e di quelli de non cultu e ad introductionem causae. Ma appena la commissione di introduzione è stata costituita, essi procedono molto più rapidamente.
     2.- Non sono concesse lettere remissorie per i processi Apostolici che riguardano la fama generale per il martirio e per i miracoli; the lettere inviate richiedono un'immediata indagine sul fatto del martirio, sul suo motivo, and sui presunti miracoli particolari. Non si ha più una discussione sulla fama generale per il martirio o i miracoli.
     3.- I miracoli non sono discussi, come in precedenza, in riunioni separate, ma nelle stesse riunioni che trattano del fatto e del motivo martirio.
     4.- I miracoli (signa) richiesti non sono quelli della prima classe; bastano quelli della seconda classe, e neppure è determinato il loro numero. In alcune occasioni la decisione sui miracoli è stata interamente dispensata.
     5.- La discussione sul martirio e sui miracoli, in precedenza tenuta in tre riunioni o congregazioni, ossia antepreparatoria, preparatoria, e gene-rale, ora è di solito condotta, attraverso una dispensa che in ogni caso deve essere ottenuta dal Sommo Pontefice, in una sola Congregazione nota come particularis, o speciale. Essa consiste di sei o sette Cardinali della Congregazione del Culto e quattro o cinque prelati deputati in modo speciale dal Papa. Vi è solo una positio preparata nel solito modo; se vi è una maggioranza affermativa viene emesso un decreto che riguarda la prova del martirio, il motivo del martirio, e i miracoli. (Constare de Martyrio, causâ Martyrii et signis.)
     6.- La fase finale consiste in una discussione sulla sicurezza (super tuto) con cui si deve proseguire nella beatificazione, come nel caso dei confessori; segue poi la solenne beatificazione.

     Questa procedura è seguita in tutti i casi di formale beatificazione nelle cause sia di confessori che di martiri proposte nel modo ordinario (per viam non cultus). Quelle proposte che cadono sotto la definizione dei casi esclusi (casus excepti) da Papa Urbano VIII sono trattate in un altro modo. In tali casi si deve provare che una venerazione pubblica da tempo immemora-bile (almeno per 100 anni prima della promulgazione, nel 1640, del decreto di Urbano VIII) è stata tributata al servo di dio, o confessore o martire. Tale causa è proposta sotto il titolo di "conferma della venerazione" (de confirmatione cultus); essa viene trattata in una riunione ordinaria della Congregazione del Culto. Quando le difficoltà del Promo-tore della Fede sono state soddisfatte, viene pèromulgato un decreto del Pontefice che conferma il culto. Questo tipo di beatificazione è detta equi-valente o virtuale.

La Canonizzazione di Confessori o di Martiri

     La canonizzazione di confessori o martiri può essere intrapresa non appena viene riferito che due miracoli sono stati operati dalla loro interc-essione, dopo il permesso del Pontefice di pubblica venerazione come descritto sopra. In questa fase è soltanto richiesto che i due miracoli operati dopo il permesso che concede il culto pubblico siano discussi in tre riunioni della Congregazione. La discussione procede nel modo ordinario; se i miracoli sono confermati si tiene un'altra riunione (super tuto). Il Papa poi emette una Bolla di Canonizzazione in cui egli non soltanto permitte, ma ordina, il culto pubblico, o venerazione, del santo.

     Con la maggior brevità possibile si sono descritti gli elementi di un processo di beatificazione o di canonizzazione. Si deve facilmente ipotizzare che un lasso di tempo considerevole deve trascorrere prima che qualsiasi causa di beatificazione o di canonizzazione possa essere termi-nata, dai primi passi dell'informativa, dell'inchiesta, o del processo, alla emissione del decreto super tuto. Secondo lal costituzione di questa Con-gregazione, più di una importante discussione (dubia majora) non può essere proposta allo stesso tempo. Si deve tener presente

     • che gli stessi Cardinali e consultori devono votare in tutte le discus-sioni;
     • che vi è soltanto un Promotore della Fede e un sottoPromotore, che da soli sono incaricati di tutte le osservazioni da fare riguardo ai dubia;
     • che questi Cardinali e consultori devono trattare le questioni del rituale così come dei processi di canonizzazione e di beatificazione.

     Per espletare tutti tali compiti è prevista soltanto una riunione settimanale (congressus), una sorta di congregazione minore in cui soltan-to il Cardinal Prefetto e gli officiali maggiori votano; in essa sono deposi-tate questioni meno importanti e pratiche riguardanti sia i riti che la causa, e sono date risposte, e rescritti che in seguito il Papa approva verbalmen-te. Le altre riunioni della Congregazione (ordinaria, rotale, e "sulle virtù e i miracoli") sono almeno sedici nel corso dell'anno. Qualche altra causa deve perciò essere trovata per il lento progresso della causa di beatifica-zione o di canonizzazione, più che la mancanza di buona volontà o di attività da parte della Congregazione del Culto.

(cf. Catholic Encyclopedia)

COSTITUZIONE APOSTOLICA
DIVINUS PERFECTIONIS MAGISTER
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
CIRCA LA NUOVA LEGISLAZIONE
PER LE CAUSE DEI SANTI


     Il Maestro divino della perfezione e il modello, Cristo Gesù, che insieme al Padre e allo Spirito Santo «unico santo», amò la Chiesa come una sposa e diede se stesso per lei, per santificarla e renderla gloriosa ai suoi occhi. Pertanto, dato il precetto a tutti i suoi discepoli, affinché imitassero la perfezione del Padre, inviò lo Spirito Santo su tutti, che li muova internamente, affinché amino Dio di tutto cuore, e affinché si amino reciprocamente, allo stesso modo in cui lui li amò. I seguaci di Cristo - come si esorta attraverso il Concilio Vaticano II - chiamati e giustificati in Gesù Cristo, non secondo le loro opere ma secondo il disegno e la grazia di lui, nel Battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò veramente santi.
[1]
     Dio sceglie in ogni tempo un gran numero di questi che, seguendo più da vicino l'esempio di Cristo, offrano una gloriosa testimonianza del Regno dei cieli con lo spargimento del sangue o con l'esercizio eroico delle virtù.
     Invero la Chiesa, che fin dagli inizi della religione cristiana ha sempre creduto che gli Apostoli e i Martiri siano con noi strettamente uniti in Cristo, li ha celebrati con particolare venerazione insieme con la beata Vergine Maria e i santi Angeli, e ha implorato piamente l'aiuto della loro intercessione. A questi in breve tempo si aggiunsero altri che avevano imitato più da vicino la verginità e povertà di Cristo, e infine tutti gli altri, che il singolare esercizio delle virtù cristiane e i carismi divini raccomandavano alla pia devozione e imitazione dei fedeli.
     Considerando la vita di quelli che hanno fedelmente seguito Cristo, per una tale insolita ragione siamo incitati a ricercare la Città futura e ci è insegnata una via sicurissima attraverso la quale, tra le vicende del mondo, possiamo arrivare alla perfetta unione con Cristo o, per dir meglio, alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno.
[2]
     Senza dubbio, avendo una tal moltitudine di testimoni, attraverso i quali Dio si fa presente a noi e ci parla, siamo attirati con grande forza a guardare il Regno suo nei cieli. La Sede Apostolica, accogliendo i segni e la voce del suo Signore col massimo timore e docilità, da tempi immemorabili, per il gravoso compito affidatole di insegnare, santificare e reggere il Popolo di Dio, offre all'imitazione dei fedeli, alla venerazione e all'invocazione gli uomini e le donne insigni per lo splendore della carità e di tutte le altre virtù evangeliche e dopo aver condotto i debiti accertamenti, dichiara con un solenne atto di canonizzazione che essi sono Santi o Sante.
     L'Ordinamento delle cause di canonizzazione, che il Nostro predecessore Sisto V affidò alla Congregazione dei Sacri Riti da lui stesso fondata,
[3] è stato sviluppato nel corso dei tempi da sempre nuove norme, soprattutto ad opera di Urbano VIII, [4] che Prospero Lambertini (poi divenuto Benedetto XIV), raccogliendo anche esperienze del tempo passato, lasciò ai posteri nell'opera intitolata Beatificazione dei Servi di Dio e canonizzazione dei Beati, e che rimase come regola per quasi due secoli presso la Sacra Congregazione dei Riti. Norme di tal genere infine furono raccolte essenzialmente nel Codice di Diritto Canonico, pubblicato nell'anno 1917.
     Ma poiché il progresso delle discipline storiche, che ha fatto grandi passi nel nostro tempo, ha mostrato la necessità di arricchire la competente Commissione di uno strumento di lavoro più adeguato, per rispondere meglio ai postulati dell'arte critica, il nostro predecessore Pio XI con la Lettera apostolica «Già da qualche tempo» (Motu proprio) pubblicata il 6 febbraio 1930, istituì presso la Sacra Congregazione dei Riti la «Sezione storica» e le affidò lo studio delle cause «storiche».
[5] Il 4 gennaio 1939 lo stesso Pontefice fece pubblicare le Norme da osservare nell'istruire processi ordinari sulle cause storiche, [6] con le quali rese di fatto superfluo il processo «apostolico», così che nelle cause «storiche» unico divenne il processo con autorità ordinaria.
     Paolo VI poi, con la Lettera apostolica «Sanctitas clarior» del 19 marzo 1967,
[7] stabilì che, anche nelle cause più recenti, si facesse un unico processo per quanto riguarda l'istruzione, cioè per raccogliere le prove, che il Vescovo istruisce, previo permesso tuttavia della Santa Sede. [8] Il medesimo Pontefice con la costituzione apostolica «Sacra Congregazione dei Riti» [9] dell'8 maggio 1969, in luogo della Sacra Congregazione dei Riti istituì due nuovi Dicasteri, ad uno dei quali affidò l'incarico di dare un assetto al Culto divino, all'altro quello di trattare le cause dei santi; in questa stessa occasione mutò alquanto l'ordine di procedere nelle medesime.
     Dopo le più recenti esperienze, infine, ci è parso opportuno di rivedere la via di istruzione delle cause e dare un ordinamento alla stessa Congregazione per le cause dei Santi, per venire incontro alle esigenze degli studiosi e ai desideri dei nostri fratelli nell'Episcopato, che hanno più volte sollecitato l'agilità del modo di procedere, mantenendo tuttavia ferma la sicurezza delle investigazioni in una questione di tanta gravità. Crediamo inoltre, privilegiando la dottrina della collegialità proposta dal Concilio Vaticano II, che sia assolutamente opportuno che gli stessi Vesco-vi si sentano maggiormente uniti alla Sede Apostolica nella trattazione delle cause dei santi.
     Per il futuro dunque, abrogate tutte le leggi di qualsiasi genere in materia, abbiamo stabilito che si debbano osservare le norme che seguo-no.
     1. Ai Vescovi diocesani o alle autorità ecclesiastiche e agli altri equiparati nel diritto, entro i confini della loro giurisdizione, sia d'ufficio, sia su istanza dei singoli fedeli o di legittime aggregazioni e dei loro procuratori, compete il diritto di investigare circa la vita, le virtù o il martirio e fama di santità o martirio, i miracoli asseriti, e, se è il caso, l'antico culto del Servo di Dio, del quae viene chiesta la canonizzazione.
     2. In ricerche di tal genere il Vescovo proceda secondo le Norme particolari da stabilirsi dalla Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, in questo ordine:
     1) Richieda al postulatore della causa, nominato legittimamente dal promotore, una accurata informazione sulla vita del Servo ci Dio, e si faccia contemporaneamente da quello accuratamente illustrare i motivi che sembrano richiedere una causa di canonizzazione.
     2) Se il Servo di Dio ha pubblicato suoi scritti, il Vescovo li faccia esaminare dai censori teologici.
     3) Se non si è trovato nulla in tali scritti contro la fede e la morale, allora il Vescovo faccia esaminare gli altri scritti inediti (lettere, diari, ecc.) e tutti i documenti, che in qualunque modo riguardino la causa, da perso-ne adatte allo scopo, che, dopo aver compiuto il loro compito con scrupo-losità, devono stendere una relazione sugli accertamenti fatti.
     4) Se da quanto fatto finora il Vescovo riterrà nella sua prudenza che si possa procedere oltre, faccia interrogare i testimoni addotti dal postulatore e gli altri che d'ufficio devono essere chiamati secondo il rito. Se poi fosse urgente l'esame dei testimoni per non perdere la possibilità di avere le prove, devono essere interrogati anche se non è ancora stata terminata l'indagine sui documenti.
     5) La ricerca sui miracoli asseriti si faccia separatamente dall'indagine sulle virtù o sul martirio.
     6) Terminate le indagini, si trasmettano tutti gli atti in duplice copia alla Sacra Congregazione, insieme a un esemplare dei libri del Servo di Dio esaminati dai censori teologici con il relativo giudizio. Il Vescovo inoltre deve aggiungere una dichiarazione sull'osservanza dei decreti di Urbano VIII sul non culto.
     3. E' compito della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, presieduta dal Cardinale Prefetto, con l'aiuto del Segretario, di fare ciò che concerne la canonizzazione dei Servi di Dio, sia assistendo i Vescovi nel-l'istruire le cause con il consiglio e le istruzioni, sia studiando a fondo le cause, sia infine pronunziandosi con il voto. Alla Congregazione spetta ancora di decidere su tutte quelle cose che si riferiscono all'autenticità e alla conservazione delle reliquie.
     4. E' compito del Segretario: 1) curare le relazioni con gli esterni, in particolare con i Vescovi che istruiscono le cause; 2) partecipare alle discussioni in merito alla causa, portando il voto nella Congregazione dei Padri Cardinali e dei Vescovi; 3) stendere la relazione sui voti dei Cardinali e dei Vescovi, da consegnare al Sommo Pontefice.
     5. Nell'adempiere al suo compito il Segretario è aiutato dal Sotto-segretario, a cui spetta in particolare di vedere se sono state osservate le prescrizioni di legge nell'istruzione delle cause, ed è aiutato anche da un congruo numero di Ufficiali minori.
     6. Per lo studio delle cause presso la Sacra Congregazione c'è il Colle-gio dei Relatori, presieduto dal Relatore generale.
     7. E' compito dei singoli Relatori: 1) studiare le cause loro affidate con i cooperatori esterni e preparare le «Positiones super virtutibus et martyrio»; 2) illustrare per scritto tutti i chiarimenti storici, se sono stati richiesti dai Consultori; 3) partecipare come esperti, senza diritto di voto, alla riunione dei teologi.
     8. Ci sarà in particolare uno dei Relatori che avrà l'incarico di occuparsi a fondo della «Positio super miraculis», che parteciperà alla riunione dei medici e al Congresso dei teologi.
     9. Il Relatore generale, che presiede la riunione dei Consultori storici, è aiutato da alcuni Collaboratori nei suoi studi.
     10. Presso la Sacra Congregazione c'è un «Promotor fidei» o Prelato teologo, che ha il seguente compito: 1) presiedere il Congresso dei teolo-gi, in cui ha diritto di voto; 2) preparare la relazione sullo stesso Congres-so; 3) partecipare alla Congregazione dei Padri Cardinali e dei Vescovi come esperto, senza tuttavia diritto di voto. Per una o un'altra causa, se sarà necessario, dal Cardinale Prefetto potra essere nominato un «Promo-tor fidei» che faccia al caso.
     11. Per trattare le cause dei Santi sono a disposizione Consultori, chiamati da diverse parti, con specifica esperienza, chi in campo storico, chi in campo teologico.
     12. Per l'esame delle guarigioni, che vengono presentate come mira-coli, si tiene presso la Sacra Congregazione una commissione di medici.
     13. Dopo che il Vescovo ha inviato a Roma tutti gli atti e i documenti riguardanti la causa nella Sacra Congregazione per le Cause Santi si proceda in tal modo:
     1) Innanzitutto il Sottosegretario esamina attentamente se nelle inchieste fatte dal Vescovo sono state osservate tutte le norme di legge e riferisce nel Congresso ordinario sull'esito dell'esame.
     2) Se il Congresso giudicherà che la causa è stata istruita secondo le norme di legge, stabilirà di affidarla a uno dei Relatori; il Relatore, a sua volta, aiutato da un Cooperatore esterno, farà la «Positio super virtutibus vel super martyrio», secondo le regole della critica agiografica.
     3) Nelle cause antiche e in quelle recenti, la cui indole particolare richiederà il giudizio del Relatore generale, la «Positio», una volta stesa, dovrà essere sottoposta all'esame dei Consultori esperti specifici della materia, perché esprimano il voto sul suo valore scientifico sulla sufficien-za all'effetto. In singoli casi la Sacra Congregazione può affidare la «Posi-tio» anche ad altri studiosi, non compresi nel numero dei Consultori.
     4) La «Positio» (con i voti scritti dei Consultori storici e con gli ulteriori chiarimenti del Relatore, se saranno necessari) sarà consegnata ai Con-sultori teologi, che esprimeranno il voto sul merito della causa; è loro compito, insieme al «Promotor fidei», studiare tanto a fondo la causa fino a che sia stato completato l'esame delle questioni teologiche controverse, qualora ve ne siano, prima che si arrivi alla discussione nel Congresso specifico.
     5) I voti definitivi dei Consultori teologi, insieme alle conclusioni stese dal «Promotor fidei», saranno affidate al giudizio dei Cardinali e dei Vesco-vi.
     14. Sui miracoli la Congregazione giudica con il seguente criterio:
     1) I miracoli asseriti, sui quali il Relatore incaricato di ciò prepara la «Positio», sono esaminati nella riunione degli esperti (se si tratta di guari-gioni, nella riunione dei medici); i voti e le conclusioni degli esperti sono esposti in una accurata relazione.
     2) In secondo luogo si devono discutere i miracoli nello specifico Con-gresso dei teologi; e infine nella Congregazione dei Padri Cardinali e dei Vescovi.
     15. Il parere dei Padri Cardinali e dei Vescovi viene riferito al Sommo Pontefice, al quale solo compete il diritto di decretare il culto pubblico ecclesiastico del Servo Di Dio.
     16. Nelle singole cause di canonizzazione, il cui giudizio per il momen-to dipenda dalla Sacra Congregazione, la stessa Sacra Congregazione sta-bilirà, con un decreto particolare, il modo di procedere oltre, nell'osservan-za tuttavia di questa nuova legge.
     17. Le norme stabilite con questa Nostra costituzione cominciano ad entrare in vigore da oggi. Vogliamo che queste norme e prescrizioni siano valide ed efficaci ora e per il futuro, non essendo in opposizione, fin dove è necessario, con le Costituzioni e gli ordinamenti apostolici fatti dai nostri predecessori, e le altre prescrizioni degne anche di particolare menzione e deroga.
     Roma, San Pietro, 25 gennaio 1983, V anno del nostro Pontificato.


[1] Const. dogm. Lumen gentium, n. 40.
[2] Cfr. ibid, n. 50.
[3] Const. Apost. Immensa Aeterni Dei, diei 22 ianuarii 1588. Cfr. Bullarium Romanum, ed. Taurinensis, t. VIII, pp. 985-999.
[4] Litt. Apost. Caelestis Hierusalem cives, diei 5 iulii 1634; Urbani VIII P.O.M. Decreta servanda in beatificatione et canonizatione Sanctorum, diei 12 martii 1642.
[5] AAS 22 (1930), pp. 87-88.
[6] AAS 31 (1939), pp. 174-175.
[7] AAS 61 (1969), pp. 149-153.
[8] Ibid., nn. 3-4.
[9] AAS 61 (1969), pp. 297-305.

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